Le conseguenze delle idee
La crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando è turbolenta, a tratti angosciosa, ma perlomeno avvincente dal punto di vista intellettuale. Dalle tesi sull’abbattimento del debito alle diverse ipotesi di riforme strutturali pro crescita, passando per tutte le immaginabili rivoluzioni istituzionali dell’Unione europea e finendo addirittura con i sogni di palingenesi del sistema capitalistico, è innegabile infatti che le idee oggi a confronto nel dibattito pubblico siano numerose e spesso interessanti. Ma sulle conseguenze di queste stesse idee non riflettiamo abbastanza.

La crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando è turbolenta, a tratti angosciosa, ma perlomeno avvincente dal punto di vista intellettuale. Dalle tesi sull’abbattimento del debito alle diverse ipotesi di riforme strutturali pro crescita, passando per tutte le immaginabili rivoluzioni istituzionali dell’Unione europea e finendo addirittura con i sogni di palingenesi del sistema capitalistico, è innegabile infatti che le idee oggi a confronto nel dibattito pubblico siano numerose e spesso interessanti. Ma sulle conseguenze di queste stesse idee non riflettiamo abbastanza.
Prendiamo i più liberisti tra noi – domani diremo dei fautori della svolta socialdemocratica – quelli per intenderci che tifano Angela Merkel, anzi Bundesbank, perché è soltanto con il bastone (leggi: lo spread) che sistemi come quello italiano possono essere spinti a riformarsi. Per questo - dicono - sarà bene che la Banca centrale europea non si metta ora ad acquistare titoli del debito pubblico dei paesi in difficoltà, e non salti la diga dei trattati che le impediscono di essere prestatrice di ultima istanza, altrimenti succederanno due cose: primo, i più virtuosi (tedeschi, finlandesi, olandesi) si sobbarcheranno via Bce il debito dei meno virtuosi (italiani, spagnoli, francesi); secondo, addio stimolo alle riforme nei paesi del Mediterraneo. Su questa linea di pensiero si schierava ieri il Wall Street Journal, riportando nella pagina degli editoriali un commento che era allo stesso tempo un mezzo scoop: il presidente della Bce Mario Draghi non soltanto starebbe studiando le modalità per sostenere i paesi in difficoltà che accettino precise condizioni, ma avrebbe già iniziato a farlo. Come? Attraverso un programma chiamato “Ela”, Emergency liquidity assistance: Bce consente alla Banca centrale di un certo paese (la Grecia, nel caso rivelato dal Wsj) di prestare direttamente alle banche nazionali in cambio di collaterale di scarsa qualità, con gli istituti che a loro volta acquistano titoli del debito. E’ “un modo più ambiguo” per salvare un paese, accusa il Wsj. Anche sul quotidiano liberal italiano Repubblica si sostengono autorevolmente tesi simili, come ha fatto ieri l’economista Alberto Bisin: serve cautela, spiega, prima di far saltare la “diga” dell’indipendenza della Bce, bastione anti sforamento delle finanze pubbliche. Ma le conseguenze, appunto?
Se i rendimenti su Bot e Btp restano quelli che sono (Draghi e Fondo monetario internazionale credono che ciò non dipenda solo dalla situazione nazionale) manovre restrittive di finanza pubblica nel medio periodo andranno oltre ogni limite. Non solo: con lo spread selvaggio sale anche il costo di raccolta per le banche (che in Italia non si erano avventate in chissà quale acrobazia finanziaria), e a seguire cresce il costo di finanziamento per le imprese. Di imprese però già ne chiudono a migliaia al mese, anche per la difficoltà di accesso al credito, con annesso aumento di cassintegrati e disoccupati. (Il tasso di disoccupazione in Italia è già al 10,8 per cento, potremmo avvicinare la Spagna che è al 25). Lo stato incasserà quindi meno entrate fiscali, e via un’altra manovra. Se questo processo durerà troppo a lungo – perché alcuni liberisti poco dicono sulla tempistica della loro “cura” – il debito espresso in euro diventerà insostenibile. Allora via dall’euro. Ma i costi di un break-up nessuno li conosce, anche perché rischiano di essere senza precedenti. In definitiva: nessuno sogna, figurarsi un giornale di idee come il nostro, di castrare l’altrui immaginazione. Ma l’opera di full-disclosure o chiarimento sulle conseguenze delle proprie tesi si fa sempre più urgente. Nessuno manchi all’appello.